Autismo: Diagnosi non sempre e’ condanna

La sfida di chi lavora sull’autismo in un’ottica globale e’ anteporre il bambino al disturbo, per comprendere un tipo di funzionamento altro

Fonte: Dire.it

Autore: DireOggi

Roma, 22 ott. – “La sfida di chi lavora sull’autismo in un’ottica globale e’ anteporre il bambino al disturbo, per comprendere un tipo di funzionamento altro. Il quadro di comprensione del disturbo e’ cambiato, la diagnosi non sempre e necessariamente porta con se’ una condanna”.

Magda Di Renzo, psicoterapeuta dell’eta’ evolutiva e responsabile del servizio Terapie dell’Istituto di Ortofonologia (IdO), porta la sua esperienza di 35 anni del lavoro con i bambini con autismo alla presentazione del libro a cura della senatrice Paola Binetti.

“Oggi si parla di spettro perche’ si rispetta la gradualita’ della sindrome- continua la specialista- e sempre oggi alcuni miti sull’autismo sono stati sfatati: non necessariamente il disturbo si associa al ritardo mentale. Nel Dsm 4 (il manuale diagnostico e statistico sui disturbi mentali) l’autismo era associato ad una percentuale del 74% di ritardo mentale, che nella revisione successiva e’ scesa al 40%. A mio avviso- sottolinea Di Renzo- puo’ scendere ancora”. I bambini autistici mettono “sotto scacco sia gli educatori che i terapeuti, perche’ presentano un deficit nella relazione e nella comunicazione che sono i due strumenti su cui verte la terapia.

Includiamo allora la difficolta’ degli adulti che non sanno confrontarsi con un modo altro di essere”, consiglia la terapeuta.

Il secondo mito da sfatare sull’autismo e’ pensare che “questi bambini, non avendo empatia, avessero anche una minore capacita’ emotiva. Il problema e’ opposto- afferma Di Renzo- sono bambini schiacciati da un’emotivita’ che non riescono a canalizzare. Lo sforzo e’ capire come questa emotivita’ viene espressa. Le stereotipie possono, allora, assumere un valore esistenziale e non devono essere eliminate prima di essere comprese”.

Il modello evolutivo a mediazione corporea Derbbi (developmental, emotional regulation, relationship and body-based intervention) dell’IdO e’ denominato progetto Tartaruga perche’ “si sofferma proprio sulla dimensione della lentezza, non ci sono miracoli. Con dei percorsi lenti e diversi questi bimbi hanno grandi possibilita’ di andare avanti. Temple Grandin, una nota autistica adulta, definisce l’autismo un modo di funzionare per dettagli, che ha dei limiti nell’organizzare il mondo in una sintesi ma- aggiunge la psicoterapeuta- per questo motivo i soggetti con autismo manifestano delle capacita’ artistiche che un normotipico fatica a raggiungere”.

Mentre la Scienza procede dall’individuale al generale, i grandi artisti vanno dal generale all’individuale e poi all’unico. “Dobbiamo portare avanti parallelamente queste dimensioni per capire quando un certo processo rischia di diventare patologico- avverte la studiosa- ed e’ inoltre importante evitare di nasconderci dietro etichette prima ancora di aver capito di cosa si tratta”.

Sta quindi cambiando lo scenario dell’autismo. “Da 35 anni lavoro con bambini autistici- racconta Di Renzo- prima arrivavano a 5 anni, adesso entro i 2 anni di eta’. Stiamo conducendo una ricerca per descrivere l’andamento del nostro modello terapeutico e osserviamo che i bambini che prendevamo in carico fra i 3 e i 4 anni di eta’ ci impiegavano 4 anni per raggiungere un buon risultato. Quelli, invece, che arrivavano entro i due anni, raggiungevano lo stesso risultato in due”.

L’autismo e’ un disturbo del neurosviluppo che chiama in causa una molteplicita’ di fattori dello sviluppo. “E’ molto arcaico e i primi segni si possono vedere gia’ a 3 mesi- fa sapere la terapeuta- ma la lettura del rischio non deve essere confusa con una precarizzazione delle diagnosi. Non si puo’ dare una’etichetta prima dei due anni, ma possiamo vedere i segni di rischio. Abbiamo il 35% dei bambini che rispondono positivamente al nostro modello basato DERBBI aiuta i genitori a trovare le giuste sintonizzazioni. Mamme e papa’ devono essere aiutati perche’ il bambino non attiva autonomamente la responsivita’”. Fortunatamente la letteratura scientifica riporta di optimal outcome (buoni risultati). “Prima si pensava fossero legati ad un errore diagnostico iniziale- conclude Di Renzo- oggi si e’ capito che non e’ cosi. Lo sforzo e’ quello di capire cosa significhi buon esito della terapia, in ogni caso i miglioramenti sono possibili”.

APPROFONDIMENTI SUL TEMA

Commenta questo articolo