Forse un giorno qualunque

Autore: Enrica Buccarella

Vi propongo questa riflessione dell’insegnante Enrica Buccarella. Credo che vada al cuore del problema su come affrontare questa situazione particolare con i bambini.

Enrica Buccarella demistifica alcuni luoghi comuni come la pretesa di spiegare sempre ai bambini la situazione o quella di “psicologizzare” chiedendo loro come la stanno vivendo lavorando sulle loro emozioni (cosa che forse gratifica noi ma non fa bene a loro). E in positivo, la priorità della relazione sui compiti di apprendimento, Perché il ritorno a scuola possa essere vissuto come un non essersi mai lasciati. La poesia finale di un bambino di nove anni è una summa di filosofia dell’esistenza
Cit. Enrico Bottero

In questi giorni vedo fiorire sul web e, ahimè, anche nelle chat delle maestre di cui faccio parte, filastrocche e poesiole che pretendono di spiegare ai bambini la situazione che stiamo vivendo, presentando il corona virus sotto le spoglie di un mostriciattolo, un malignetto personaggio “simpatico e pasticcione” da sconfiggere con forza e coraggio. Come dice Tognolini rime e storie fatte bene fanno bene, ma cosa fanno rime e storie fatte male? E con “fatte male” intendo tutta una serie di cose, a partire dagli intenti di chi le fa e poi di chi le propone. Sorvolo, infatti, sulla qualità di queste composizioni persino quando siano scritte da penne importanti e conosciute, ma vorrei riflettere invece su come sarebbe opportuno parlare ai bambini di questo evento, su come per esempio, ed è una cosa che mi occupa e preoccupa ogni giorno, riuscire a comunicare loro un’idea di continuità tra la realtà di oggi e quella di ieri, pur nella straordinarietà della situazione.

Innanzitutto credo che ai bambini si debba dare, rispetto ai fatti contingenti, un messaggio concreto, semplice e corretto nei termini. Un messaggio breve che dica semplicemente perché si sta a casa da scuola, perché le nostre abitudini sono cambiate e cosa possiamo fare tutti, quindi anche loro, per migliorare la situazione, il che consiste nel caso dei bambini, essenzialmente in due cose: lavarsi le mani e portare pazienza. Fermi lì, basta, senza farla lunga, coinvolgerli in questioni che non li riguardano, né tantomeno vestire le nostre paure (credo che siano più nostre che loro) di parole sciocche, smielate, di colorini e luccichii come facciamo con i lavoretti natalizi quando sopra la plastica ci mettiamo i brillantini e pretendiamo che quello sia un lavoro fatto dai bambini o per i bambini. Dopodiché il discorso è chiuso, non li riguarda più, almeno entro una certa età. I tg, i dati, il numero dei contagi, la conta dei morti, la fila dei carri funebri fuori dai cimiteri, anche questo ci ha proposto oggi il nostro tg nazionale, le possibili cure, sono cose per noi adulti che ci nutriamo allegramente del nostro stesso panico. E nemmeno lo scavo nei pensieri reconditi: e disegna il virus con la coroncina e scrivi le tue paure e racconta i tuoi incubi… no, sono cose di cui si può fare anche a meno.

Il tempo che stiamo vivendo è indubbiamente un tempo nuovo, e come tale, non avendo più quelle scansioni a cui siamo abituati, può essere percepito come lunghissimo e noioso ma anche come breve, un tempo che vola senza trovare una corrispondenza in tutte quelle azioni a cui si era abituati prima: alzarsi, vestirsi, andare a scuola, tornare, fare i compiti o svolgere le altre mille attività a cui i bambini sono in tempi odierni indirizzati, con la sensazione quindi che la giornata sia trascorsa senza aver fatto nulla.

Eppure non possiamo certo illuderci, genitori, e maestre prima di tutto, che assegnando ai bambini dei compiti, scrivendo sul registro elettronico indicazioni per svolgere operazioni, esercizi di grammatica o pagine da studiare si stia facendo qualcosa di buono. Se la situazione è così drasticamente cambiata penso che debba cambiare anche il nostro modo di concepire le attività che proponiamo ai bambini. In che modo, mi sono chiesta quando ho cominciato a sentire questa esigenza nascermi dentro e tramutarsi in rifiuto di allegare schede o indicare pagine di studio. Non ho la soluzione ovviamente, credo sia importante avere la percezione più che la ricetta, una specie di buon senso che ci faccia capire che le cose non sono più come prima e che non è col tutorial dei lavoretti che possiamo compensare tutto ciò che ci è venuto a mancare e nemmeno con le paginette di aritmetica.

Non mi pronuncio rispetto a ciò che può fare un genitore in questo frangente, ma cerco di riflettere sul mio lavoro e naturalmente mi sono accorta subito che si fa molta più fatica così, ci si deve attrezzare diversamente, prima di tutto a livello mentale. Le attività che penso di dover ora suggerire ai miei alunni non possono più essere quelle che avrei fatto a scuola, non gli posso parlare, spiegare, mostrare, non posso cogliere, come facevo prima, gli stimoli che le loro parole mi suggeriscono per indicarmi la strada. Ma non ho dubbi che questo, anche se può sembrare un ossimoro, possa diventare un momento importante per coltivare la relazione nell’assenza. Una relazione vera, forse ancora più di prima per certi versi, perché senza regole già fissate. Non c’è un tempo previsto per i nostri incontri, lo dobbiamo riprogrammare, non c’è modo già sperimentato, dobbiamo inventarcelo, non c’è libro, esercizio o fotocopia che tenga. Non ci sono banchi e sedie entro cui contenere i corpi e controllarli, non ci sono consegne e verifiche.

Non possiamo sapere chi e quanti bambini abbiano fatto, e come, i compiti assegnati sul registro; e se anche il lavoro fosse stato svolto cosa abbiamo ottenuto?

Invece se un bambino mi invia un messaggio, un disegno, una foto con un suo pensiero, se lo invito a leggere un libro e parlarmene, se mi scrive una piccola poesia, mi sembra di continuare a esserci, io per loro e loro per me, e spesso percepisco che quell’impegno è frutto di una scelta, di un tempo dedicato senza coercizione ma che io devo fare in modo di garantire con delle regole e facendo sviluppare ai bambini nuove abitudini.

Quindi innanzitutto, prima dei compiti e delle proposte di lavoro, la cosa che voglio salvare è quella, la relazione, la vicinanza nella distanza, fatta di comunicazione vera e di messaggi e non solo di compiti. Di idee, di proposte nuove che nascono proprio dall’uso di strumenti che sono nuovi nella nostra relazione. Ci facciamo un video, ci inviamo messaggi sul forum delle aule virtuali, li invito a scrivermi cosa pensano delle attività che propongo, do consigli di lettura, ho detto loro che aprirò il forum una volta al giorno perché sappiano che ci sono con regolarità (ma in realtà lo faccio molto di più, aspettandomi sempre di trovare nuovi messaggi).

Insomma una relazione che continua quotidianamente con regole diverse, tutte da costruire ma necessarie, per dare ai bambini la sensazione che anche se in modo differente, la vita va avanti con le stesse presenze e le stesse certezze, chi c’era c’è ancora, addirittura in modo speciale.

La cosa più importante che la scuola possa fare adesso non è “insegnare”, c’è un nuovo scopo ora e si devono definire nuove priorità, per poi magari scoprire alla fine che dovrebbero essere quelle in tutti i tempi, anche quelli di non-crisi.

E quindi, esserci, considerare i bambini persone, soggetti attivi della relazione, salutarli, parlargli, chiedere il loro parere, confrontarsi, non banalizzare, non bamboleggiare e, per tornare al discorso di partenza, se si vuole aprire a una riflessione sulle tensioni che si nascondono in queste nostre “novità”, farlo magari attraverso della buona letteratura, attraverso racconti che rispecchiando la situazione, permettano la relazione attraverso la distanza, la comprensione e lo scioglimento dell’ansia attraverso elementi simbolici e universali, operazione sempre utile e non solo in questo momento. Raccontare questo tempo ora, che sia con una filastrocca o con la cronaca credo sia prematuro.

Come ho letto non so dove qualche giorno fa, non è mai bene scrivere delle cose quando si è dentro le cose; per se stessi forse può essere utile, ma non per gli altri. Pare che stiano per essere pubblicate decine di libri che raccontano ciò che stiamo vivendo, non giudico questa opportunità, ma condivido l’opinione di chi invece invita a scrivere mettendo sempre distanza tra il fatto e la sua visione, la sua analisi e persino la sua narrazione. La stessa distanza che siamo costretti a mettere oggi tra i nostri corpi, per non farci male e per guardarci con occhi più attenti, domani.

La stessa distanza nella quale ci tocca ora costruire con i bambini la sicurezza che un domani, quando ci rivedremo, in realtà non ci siamo mai lasciati e abbiamo lavorato non per assolvere a un compito da annotare sul registro, ma per noi come persone e per il nostro futuro. Oggi ho ricevuto questo scritto da Loredana, l’ha scritto il suo bambino che ha nove anni, una sera, dietro il foglio su cui giocava a tris con la sua mamma, ascoltando distrattamente, forse, la tv da cui ha colto la parola FUTURO.

Forse

Un giorno qualunque

Tutti

Usciranno

Rassicurati

Ovunque nel mondo


È la poesia migliore che io abbia letto dedicata a questo tempo, e l’ha scritta un bambino, per noi adulti. Prendiamo esempio.

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