Se mi conoscerai davvero scapperai

Se mi conoscerai davvero scapperai: il copione di difettosità e la paura dell’intimità relazionale.

Autore: Francesca Scarano

Claudia oggi arriva con uno sguardo assente. Pare come persa dentro qualche parte di sé mentre il suo pilota automatico guidato dalla testa racconta gli ultimi accadimenti della sua settimana. Mentre la ascolto ho la sensazione che una sorta di fantoccio di Claudia mi stia parlando, voce monotono, sguardo vuoto, respiro bloccato, corpo che pare anestetizzato.

Al contempo sento che dentro di lei accade qualcosa di più di ciò che appare e che non abbia a che vedere con ciò di cui mi sta parlando.

Accade non di rado di riscontrare in alcuni pazienti una scissione tra testa e corpo, tra testa ed emozioni. E’ come se queste due parti non potessero dialogare tra loro per cui o funziona la testa e risultano sommersi di pensieri senza vita e ruminazioni prive di “anima”, in una sorta di ottundimento e congelamento emozionale, o prendono il sopravvento le emozioni e le sensazioni del corpo che senza la mediazione della testa inondano la persona dandole la penosa sensazione di sentirsi sopraffatta e priva di qualsiasi forma di padronanza di sé. Uno degli obiettivi del lavoro terapeutico è aiutare la persona a rimettere in comunicazione queste parti di sé e a recuperare la possibilità di sentirsi integrata e intera. E così i pensieri tonando ad avere corpo e anima e le emozioni un cavaliere che le guidi e padroneggi.

Il lavoro sul corpo e sul respiro sono validi alleati per costruire un ponte che inizi a riparare queste fratture e rimetta in comunicazione parti isolate ricostruendo pian piano la congruenza e l’interezza perdute nei traumi relazionali della propria storia di vita.

“Claudia hai sempre a mente il nostro patto di autenticità e trasparenza?”, le dico. Annuisce. “Mentre ti ascolto mi domando dove tu sia realmente”.

“Che domanda è questa? Sono qui con te.”

“No, in realtà io non sento che tu sei qui con me perché forse non sei qui nemmeno con te. Sento che usi le parole per tenermi a distanza, per inchiodarmi lontana dalla possibilità di raggiungerti davvero. E’ possibile che tu faccia questo anche fuori di qui? Che tu mostri un fantoccio di te per non entrare davvero in relazione?”

“Ma no, io ci sono, poi qui con te, figurati, ci mancherebbe, lo sai che qui mi sento libera di esprimermi, ho solo un po’ di mal di testa e di tensione alla nuca…”

I tipici sintomi che generano una barriera di incomunicabilità tra testa e corpo. Se vogliamo arrivare al dunque sento la necessità di aiutare Claudia a metterli in dialogo.

“Può essere che tu abbia ragione o può essere che tu stia mettendo in campo qualcosa di cui non sei così consapevole. Che ne dici di provare ad immergerti più in profondità e vedere che succede?”

Accetta.

Le propongo un lavoro molto semplice di ascolto del suo respiro e delle sensazioni del corpo ed emotive presenti in quel momento. Il dunque non tarda ad arrivare…non arriva anzi, irrompe quasi dal nulla…

“Cosa stai sentendo Claudia?”

…“ io proprio non capisco perché mi sembra di essere sempre così antipatica a tutti, perché nessuno si avvicina davvero a me, perché non ho e non ho mai avuto delle amiche. Ma cosa ho che non piace? E soprattutto gli altri, quelli che vengono considerati, ricercati, cosa hanno più di me?”.

Per quanto Claudia ritorni con irruenza nella parola ignorando la mia richiesta, questa volta sento che è una parola radicata nella verità di un suo vissuto.

“Nessuno si avvicina a te”, ripeto io.

“Esatto, nessuno, stanno tutti alla larga”.

“E tu li lasci avvicinare?”.

Claudia si ferma…un lungo silenzio in cui i suoi occhi riacquistano presenza, una presenza con un retrogusto di tristezza.

“ No…se le persone si avvicinano troppo, se prendono troppa confidenza, se cercano di abbracciarmi, se capisco che vogliono instaurare una relazione che va oltre la superficie io mi irrigidisco e metto una distanza.”

“ Un po’ come stavi facendo poco prima con me?”

“Non so, si, può essere…e che io…io non so come si fa.”

“Cosa potrebbe accadere se la distanza di sicurezza non ci fosse e tu lasciassi che gli altri si avvicinino?”

“ Che io non sono capace di stare in una relazione così.”

“Altro?”

“ Che vorrebbero in cambio le stesse attenzioni che offrono a me.”

“E poi?”

“Che mi spavento, che ho paura, perché se si avvicinano e scoprono come sono davvero andrà a finire male.”

“Come andrà a finire Claudia?”

“Che scopriranno tutti miei difetti e se ne andranno e io… io resterò da sola”, e le lacrime iniziano a scendere… e il dunque scongela l’anestesia.

Ognuno di noi ha appreso nel corso della propria storia, in particolar modo nelle relazioni significative dell’infanzia, delle precise credenze su se stesso, su gli altri e su cosa accadrà nella relazione con gli altri. Queste credenze diventano automatiche e influenzano in modo altrettanto automatico emozioni e comportamento. Quando ad esempio ci siamo sentiti indegni di essere amati, la sensazione profonda è di essere imperfetti e che chiunque ci conoscerà davvero scoprirà tale “difettosità”. Solitamente messaggi di disapprovazione costante, critica, insulti e svalutazione da parte di uno o entrambi i genitori riempiono il mondo interno del bambino di vergogna e umiliazione rimanendo scolpiti nella visione che il bambino ha di sé. Questi bambini diventeranno adulti tormentati dalla sensazione di non piacere e che non appena qualcuno li conoscerà profondamente e scoprirà tutti questi presunti difetti li respingerà. La paura di rivelare troppo di sé per il timore di essere criticati e disprezzati terrà queste persone o a debita distanza da qualsiasi relazione intima, come nel caso di Claudia, o al contrario le porterà a nascondere la propria fragile autostima dietro una finta e arrogante sicurezza che li faccia apparire migliori di quanto in realtà loro si sentono.

“Ecco, adesso che lo sai quanto tempo ti ci vorrà per scoprire chi sono davvero e andarsene?”

“Quanto tempo mi dai per scappare?”

Abbozza un sorriso.

“Sai Claudia, penso proprio che resterò”, le dico.

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